Niki De Saint Phalle, Roma, Fondazione Roma, 4 novembre 2009 – 17 gennaio 2010
Forme arrotondate, volumetrie gonfie; nessuna importanza a piedi o mani, grande cura per la capigliatura e enfatizzazione di seni, sesso, ventre e glutei. Tutti potranno riconoscere in queste caratteristiche quelle di uno dei più antichi archetipi della fertilità: la Venere di Willendorf, la statuetta paleolitica rinvenuta in Austria agli inizi del secolo scorso. E’ sorprendente come questa piccola scultura – è alta 11 cm! – riesca così bene a trasmettere l’ideale antico della femminilità – un ideale inscindibile da quello di fecondità e maternità. La sua capacità di sintesi è tale da permettere che il suo carisma non venga mai meno. E il suo carisma probabilmente ha reso la goffa statuina un portafortuna, un amuleto da portare con sè: un augurio di fertilità e vigore fisico capaci di garantire una buona progenie. Oggi potrebbe essere un portachiavi, un feticcio di quelli da cui ci si separa a malincuore perchè inconsapevolmente la sua presenza è rassicurante.
A conferma dell’importanza di questa raffigurazione in epoca preistorica, la diffusione dell’archetipo: numerose sono infatti altre sculture femminili che rispondono allo stesso ideale di donna. Ma non solo in epoca antica questo prototipo ha avuto fortuna: la sua vis iconica infatti non è sfuggita a una delle più grandi artiste contemporanee, Niki De Saint Phalle, che l’ha fatto suo riproponendolo nelle sue allegre e coloratissime bambole, le Nanas, come l’artista le ha chiamate. Ma a differenza di quel lontano progenitore queste figure non sono statiche, ma si librano leggiadre e gioiose come in una favola a lieto fine: la stessa su cui sembrava basarsi la vita dell’autrice, che proprio nell’arte sorse a nuova vita liberandosi da profondi traumi psichici.
Da tempo mi chiedevo come mai nel nostro paese non si dedicasse una grande retrospettiva all’artista recentemente scomparsa: certo anni fa si è tenuta a Venezia una grande mostra sul suo connubio con il grande marito, lo svizzero Jean Tinguely: uno di quei felici incontri personali e professionali che costellano la storia dell’arte; ma questo non rende certo giustizia a un’autrice che ha scelto il nostro paese e le sue terre per fare da casa a uno dei suoi più grandi progetti: Il Giardino dei Tarocchi.Allo stesso modo ho sempre pensato che ben poco rilievo – rispetto al merito – fosse dato a questa grande realizzazione dell’artista, che va ben oltre l’idea classica di opera e che veramente rappresenta un continuum con la vita dell’artista. il grande pubblico conosce sicuramente Parco Guell di Barcellona e il suo autore, ma non altrettanto può dirsi del Giardino dei Tarocchi, opera nostrana appunto, che, se al grande precedente gaudiano si ispira, non ne teme tuttavia il confronto. Ma facciamo un passo indietro: chi è dunque Niki De Saint Phalle? Secondo Martina Corgnati, è la donna che per prima “rompe il quadro di indifferenza e di sottovalutazione” che oscura le presenze femminili nell’arte del dopoguerra ed é l’unica artista di sesso femminile del Nouveau Realisme. Ancora, Uta Grosenick la definisce “mitica eroina di un’un’intera generazione di donne” per la determinazione e la capacità di affermazione nel mondo dell’arte. E il suo valore non sfugge a Pierre Restany a cui si deve la sua consacrazione nel combo dei Nouveaux Realistes, appunto,accanto a Christo, Arman, Daniel Spoerri, Yves Klein, per dirne alcuni. Dell’artista lo colpisce la performance in cui spara a borse di plastica piene di colore che esplodono su tavole di legno con ludica e deflagrante provocazione. L’elemento giocoso, qui nascosto in parte dalla violenza dell’azione, diviene man mano parte centrale del racconto di Saint Phalle. Ed ecco due anni più tardi entrare sulla scena le prime delle sue famose donnone policrome: le Nanas, del 1965.
Sculture in cartapesta – poi sostituita dal poliestere – rubiconde e leggiadre che sembrano sciamare alla conquista del mondo. La donna si riconosce così in quell’ideale antico, potente e vitale tratteggiato sopra: quello della dea creatrice, della grande madre delle arcaiche statuette del passato. Ma non è tutto, poichè, pochi anni dopo, come ape regina di questo importante alveare, l’autrice dà alla luce Hon, null’altro che “lei” in svedese. Si tratta di una gigantesca enorme bambola di plastica, dalle generose forme a cui l’artista ci ha abituato,sdraiata sul dorso: gli spettatori sono invitati ad entrare al suo interno direttamente dalla vagina.
L’opera chiarisce subito le ossessioni di Niki che torneranno assiduamente nel suo lavoro: la donna, il ventre materno e, connesso ad esso, l’idea di casa come luogo accogliente, intimo e caldo. Nel caso di Hon, a dire il vero, si tratta di una casa-città: primo esempio di quella volontà di intervenire sull’ambiente con la creazione di un luogo ideale in cui rifugiarsi che diverrà tipico della sua produzione. Il visitatore vi troverà un cinema, un planetario, un acquario, e addirittura una galleria d’arte: tutti luoghi di evasione e sogno in cui trovare tranquillità, come nell’utero materno.
Queste creature fiere e opulente prendono a prestito i colori e le forme sinuose da Mirò e la leggerezza di Matisse; esse sbaragliano lo stereotipo della donna filiforme legato all’idea di una bellezza fragile; al suo posto diventa centrale il concetto di vigore fisico e imponenza; la capacità di dare vita e alimentare la prole: dirette discendenti delle veneri preistoriche ma consapevoli, libere e gaudenti.
Ma veniamo all’opera che più ci interessa: il Giardino dei Tarocchi di Garavicchio. L’idea viene a Niki proprio a seguito di una visita al Parco Guell di Barcellona ed è grazie alla sua amicizia con Marella Caracciolo Agnelli se si è resa possibile la sua trasformazione in un progetto concreto. E’ l’amica infatti a convincere i propri fratelli, proprietari del terreno a Garavicchio, a concederlo all’artista per la sua creazione. La sua realizzazione tuttavia si deve soltanto alla caparbietà di Niki che, nonostante le enormi difficoltà che il giardino presenta, non considera mai l’ooportunità di abbandonare il progetto. Questo anche perchè l’artista può contare sullo stuolo dei suoi aiutanti che, ognuno in maniera autonoma e personale, concorrono alla realizzazione del grande disegno dell’autrice.Ed è per questo che a ben guardare il brulicante mondo del giardino si presenta subito come novella Arts and Crafts: l’opera, lontana dal concetto di genio creatore che si eleva al di sopra dei mestieranti di bottega, è frutto infatti della collaborazione di artisti e artigiani che, diversamente dalle consuetudini moderne, si adoperano spalla a spalla in un lavoro di fattura medievale che richiede forza fisica, perizia tecnica e continue sperimentazioni sui materiali al fine di ottenere i risultati migliori. é così che, secondo il racconto stesso di Niki, alcuni operai locali diventano figure centrali del progetto, in un ribaltamento di ruoli che fa pensare a un processo politico di riscatto della persona. Niki in questo segue soltanto il suo istinto – come lei stessa dichiara – rivelando un altro tratto della sua grandezza che la rende capace di allontanarsi da usurati clichè per affidarsi ad audaci sovvertimenti. L’artista è la regista di questo microcosmo ordinato, ma al tempo stesso fluido e dinamico: una regista attenta e aperta alle innovazioni proposte dai suoi collaboratori.
L’opera si compone di varie sculture ispirate al mondo dei tarocchi: al suo interno il visitatore può passeggiare liberamente, sostare sulle panchine ammirando le fontane o addentrarsi – così come nella progenitrice Hon- nelle loro viscere.
Tutte le statue hanno un’anima d’acciaio su cui viene steso il cemento che funge da base per il rivestimento di ceramiche, specchi e vetri colorati. Questi scheletri metallici sono realizzate dapprima da Jean Tinguely -l’artista svizzero marito in seconde nozze nel 1971 della Saint Phalle, che l”affianca e la sostiene per tutto il suo lavoro – poi da squadre di operai.
I magnifici colossi rappresentano gli Arcani Maggiori. Ritorna dunque la messa in scena di un luogo mitico, una variopinta arcadia, che si fa guscio protettivo in cui cercare quiete o evadere nel sogno. A coronamento di tutta la sua produzione non potevano dunque mancare eroiche figure femminili, lontane discendenti delle grandi madri care all’autrice. E così si erge a domatrice di questo circo grottesco, l’istrionica Sacerdotessa: al cui interno, non a caso, si trova la dimora dell’artista.
Questa grande opera d’arte totale inserisce chiaramente Niki sulla scia di quei tanti artisti che hanno dedicato la propria vita e la propria ricerca alla creazione di un luogo ideale: un’opera che non sia solo un fatto estetico, ma che sia la ragione stessa della propria vita: pensiamo a esempio al Palazzo Ideale di Cheval. Sono luoghi dove il sogno si confonde con la realtà, dove ognuno di questi artisti ha dato vita alla sua personale Utopia: una città che rimette al centro stesso dell’esistenza l’importanza dell’armonia tra uomo e ambiente e rivendicano un posto di prim’ordine per la bellezza.
Ecco perchè siamo in debito con Niki ed ecco perchè sono lieta che le sia finalmente dedicata una grande retrospettiva a Roma: Niki de Saint Phalle, promossa dalla Fondazione Roma , al Museo del Corso di Roma dal 4 novembre al 17 gennaio.
Che la danza abbia inzio!
http://www.nikidesaintphalle.com/
qui una serie di articoli e un’accurata biografia dell’artista







Oggi, in occasione della Festa della Donna, vorrei ricordare colei che, a partire da una orgogliosa critica d’arte militante, ha fatto della rivendicazione femminista la sua ragione di vita. Un femminismo non pedante, ma aggressivo, forte, capace di mettere in discussione i propri stessi fondamenti. Sto parlando, chiaramente, della figura di Carla Lonzi di cui riporto un breve pensiero:
.
Parlando di Ketty La Rocca, mi viene naturale continuare a costruire la memoria degli anni sessanta fiorentini soffermandomi sulla figura della sua grande amica e collega Verita Monselles. Bisogna dire che è proprio grazie a Verita che Ketty si avvicina alla fotografia; ed è sempre Verita che cura le scenografie del gruppo teatrale dei
Il titolo riassume in sé tutto il significato dell’opera: una visione polemica della maternità. Ma al di là di questo aspetto, su cui ritorneremo, vorrei sottolineare l’attenzione e la cura posta da Verita nella costruzione dell’immagine: nulla è lasciato al caso; e il modello– non può sfuggire all’osservatore – è quello della ritrattistica rinascimentale proposto da Raffaello, rielaborato da
Le bambole sono un particolare molto interessante dell’arte di Verita, perché ricorrente. Questi simulacri infatti si ritrovano in molti altri suoi lavori, ne cito due soltanto che mi piacciono particolarmente: il primo, Still life del 1974. in esso, in ricordo delle nature morte
A quest’artista ho dedicato molte risorse ed energie, da cui la pubblicazione di un
Che dire infatti del suo interesse per le installazioni? È sconcertante la somiglianza fra alcune sue realizzazioni di ambienti immersivi e le opere realizzate per esempio, molto tempo dopo, da
Colpisce inoltre l’attualità del suo messaggio. Ketty si sofferma sullo straripante dilagare delle informazioni e riflette mediante la sua opera sull’alienazione dell’individuo. Per questo cerca, fin dagli esordi, di costruire un rapporto nuovo con lo spettatore: più diretto, più puro, lontano da ogni concezione di tipo contemplativa dell’opera d’arte. Cuore del suo lavoro diventa così l’interpellanza continua, ossessiva dell’altro alla strenua ricerca di una conferma di sé: cambia la pelle del suo operato ma non la sostanza. Così, mentre conduce gradualmente un percorso a ritroso nella comunicazione, dalla parola fino all’immaterialità del gesto, non cessa di interrogarsi, in un continuo rimbalzare tra l’io e il tu.